venerdì 22 aprile 2011

Il suono della sconfitta

C'è un suono preciso che fa la sconfitta. Simile in tutto a quello delle delusioni ma più sordo, sommesso. Te ne accorgi appena, forse non arrivi a sentirlo davvero. Ma è un suono preciso di un qualcosa che scricchiola e fa un tonfo, breve, secco, nello stomaco... credo. Fatto sta che io l'ho sentito proprio ieri, cristodundio, quel tonfo di merda. In mezzo a quei bambini maledetti, coi loro sorrisi eccitati, vestito come un topo marrone, adobbato come il più coglione degli alberi di natale ma senza palle... Barcollavo per la nausea, sentivo nella bocca il sapore e la consistenza di mesi buttati a non decidere niente. L'aver scelto quel lavoro perché "quello c'era", perché era la cosa più simile all'arte che un depresso si potesse permettere. e quei bambini, ieri, sembravano saperlo, cristodundio. mi guardavano e ridevano, non per le stronzate che a ogni feste gli propino: ridevano di me, del topo gigante che non sa più stare in piedi. Credo di essere svenuto... ma di uno svenimento strano, vigile. Ho sentito il cervello staccarsi e spegnersi ma vedevo e sentivo. La mammaputtana del festeggiato si è avvicinata: "Tutto bene?", mi ha chiesto la troia. E io l'ho vista, d'improvviso, per quello che era: una mamma per sbaglio, sposata a un ricco uomo assente, gheisha nostrana, con un figlio fatto per contratto, per legare il conto del suo uomo, ancora di più, al suo nome di donna che non vuole, che non sa fare niente. Ma con più dignità del sottoscritto, che non ha mai saputo fare la puttana. "Tutto bene?", ho bofonchiato tra i denti per risondere, "Beh potrebbe andare meglio se avessimo 5 minuti". Non mi sono neanche accorto di averlo detto. Probabilmente è stato direttamente il mio uccello a parlare, ma non a titolo di organo sessuale: a titolo di manganello. Volevo piacchiarla col mio membro, niente di più. Sono rimasto un secondo in silenzio, attendendo un urlo, uno schiaffo, una crisi di pianto. Niente. La troiamammaricca mi ha guardato, nemmeno dall'alto in basso, dritto negli occhi e mi ha sorriso come si sorride a un cane che piscia in salone per l'emozione. E' stato lì che ho sentito prima lo scricchiolio e poi il tonfo della sconfitta. Ho capito che sono un cane senza più vergogna, vivo svenuto e nelle mutande ho un pezzo di carne che non serve nemmeno più da manganello. Sono il niente che ho voluto essere a tutti i costi, sconfitto fino alla vergogna, battuto da me stesso a tal punto da essere inservibile per qualsiasi confronto. Sono morto che vive e marcisce.
La signora ha voltato le spalle ed è tornata dalle amiche. I bimbi giocavano soli da qualche minuto: neanche loro avevano più bisogno di me. Sono rimasto al centro del salone, col mio abito da topo gigante. Passato il rumore del tonfo ho respirato profondo, il corpo ha perso tensione e ho pisciato.