mercoledì 14 marzo 2012
Teatro...
Quando ti arriva la polvere in gola o ti sanguina il palmo di una mano per le schegge, quando il sudore e lo sporco di fanno buttar via un abito da 200 euro dopo appena dieci serate, allora voglio vedere se la benedici questa vita di stenti che si chiama teatro. Sono stato tanto tempo nell muffa delle sale prove, dei teatri sotto e sopra i cento posti, ad aspettare di dire e fare "il mio", che odoro ancora di bosco autunnale, di gita a fare funghi e castagne. Ma gli unici funghi che ho preso li ho colti nei bagni di quelle stesse sale, cacando sciolto o possedendo attrici così usate da essere diventate invendibili. Eccovela la poesia dell'asse del palcoscenico. Eccovi le emozioni e la gloria dell'applauso. Non è per la gloria, né certo per il denaro che si fa teatro. Chi lo fa per emozionarsi o per essere qualcun altro vi sta mentendo, sissignore, vi truffa, vi prende per il culo. Non per vivere tante vite si fa teatro, ma per aspettare ogni sera la morte. Quelle lunghe attese guardandomi i piedi, aspettando il mio turno, non mi hanno fatto amare la vita. Questo è un sentimento da ragazzine inquiete. "Amo la vita" è un'ipocrita frase da troie. Io mi decomponevo, in quelle attese, mi turbavo, arrivavo vicino a torturarmi tra quelle tre pareti e mezzo. E lo facevo col piacere immenso di chi sa a quale servizio si sta prestando: la consapevolezza altrui attraverso la propria. Questo si dimentica, in favore sempre della festa, una festa egoista, privata, che è il veleno del nostro tempo. Il teatro è l'unica stanza in cui la Morte e la Vita possono stare contemporaneamente e, senza bisogno di farsi dispetti, si guardano... E cercano di riconoscersi...
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