giovedì 8 gennaio 2015

Quando succede una tragedia io voglio.

Quando succede una tragedia io voglio tutto. Voglio le immagini della sparatoria, lo sguardo del sospettato in manette, il pianto della madre, le interviste ai parenti. Voglio i commenti sadici della gente comune - quella che confonde la rabbia col coraggio. Voglio la PAURA. Voglio i servizi di due ore, le dirette interminabili fatte di niente, di giornalisti e giornaliste che ripetono sempre: "Siamo qui fuori, davanti alla casa | davanti all'ospedale | sul luogo della tragedia" e aspettano il NULLA di cui mi voglio inebriare. Voglio leggere tutta l'indignazione dell'uomo merda, quello seduto al computer - come sono seduto io - davanti a uno schermo - simile al mio - che scrive: "Vergonga, al rogo, fuori tutti, tutti dentro, adesso basta, diciamo NO!". Voglio dire NO. Ma sempre stando seduto. Perché la diffusione delle notizie moltiplica le opinioni frettolose e le opinioni frettolose si allontanano dalla notizia e diffondono il terrore. Come lo shuttle che vedevo partire da Cape Canaveral da bambino: parte un missile gigante, si libra nell'aria, sparisce all'occhio umano e poi una ripresa aerea (poco importa se è una ricostruzione grafica, voglio sognare!) una ripresa aerea fa vedere la punta che si stacca e prosegue il suo viaggio nell'Ignoto, mentre resta la carcassa morta che ingolferà lo spazio. Non m'importa. Io voglio quello. Voglio la notizia bomba, che si libra nell'etere e in pochi minuti è ormai lontana dall'occhio umano, coperta delle nubi delle opinioni di tutti. E lì, nella nebbia del tutti-dicono-nessuno-sa, la notizia si stacca e prosegue nel buio, lasciandosi dietro la paura. E io VOGLIO AVERE PAURA. La paura è semplice, come i pensieri dei bambini. La paura è PURA, innocente, sempre salva. Voglio rimanere a casa, non mi voglio muovere. Voglio odiare la madre assassina, l'esaltato col cappuccio. Voglio vedere un corpo accasciarsi al suolo e perdermi nel pensiero del suo ultimo sguardo. Voglio avere pietà. Perché ho paura. Se penso esco e mi espongo, se taccio e non guardo mi farò un'idea di quello che è successo. Io voglio piangere l'illustre caduto e condannare la sorte, la mano insanguinata, il sistema fallato. Voglio pietire e indignami. Perché analizzare ci condanna, condannare ci salva. Sempre.
Non voglio uscire.
Voglio aprire una birra.
Bestemmiare più di un dio.
Considerare feccia l'umanità.
Rotolarmi nella mia stessa merda per giorni.
Vedere in faccia l'assassino.
E farmi una bella sega.
Immaginando la giornalista prona sul mio sudicio divano.
Con la luce intermittente che in questo momento sta mandando il suo sudicio servizio.

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