Ho aperto gli occhi e già non c'è un cazzo da ridere. Mi fa male la pancia, male di qualcosa che forse è solo aria. O voglia di non svegliarmi. Filtra solo una lama di luce dalle persiane. Potrebbe essere anche una bella immagine. E suona bene. Troppo bene. Quella lama di luce mi sta sventrando gli occhi con metodica calma. Sbadigliare non mi aiuta: torna su tutto il niente della nottata passata e si spande per la stanza. Ai terra non ci sono mai ciabatte, pantofole o tappeti a proteggere i piedi da gelo, briciole o quant'altro di morto o di vivo strisci sul mio pavimento. Striscio anch'io, allora, sul mio pavimento, per riappropiarmene. Striscio verso la cucina. Non è un gran viaggio per chi come me si è comprato un monolocale perché non poteva permettersi un loft. E perché i loft, forse, a Roma nemmeno esistono. Così cucina con piatti sporchi, salotto con vino e sigarette spente e letto che sa di sesso veloce sono tutti nella stessa stanza e formano una sinfonia di odori che si sposa a meraviglia coi primi conati del risveglio. Apro la credenza e le tarme mi scodinzolano: hanno fame. Hanno mangiato tutta la pasta e il riso e non compro biscotti da quando avevo 23 anni. A colazione una fetta di pane, un caffellatte che rutto fino alla cena. Nient'altro. Nelle pubblicità la gente è contenta a colazione, la luce filtra allegra dalle persiane e si passa dalla camera da letto alla cucina, luminosa, piena di gente che ride. I biscotti fanno ridere, nelle pubblicità, non so perché. Sta il fatto che i bambini li guardano e ridono, sono contenti. E i genitori sono contenti dei bambini contenti dei biscotti che ti fanno contento.
Io non ce l'ho una cucina. E nemmeno i biscotti. E nemmeno qualcuno che mi guardi essere contento. Io striscio dal letto per due metri e sono già ai fornelli. Preparo il caffè senza sorridere e senza sorridere prendo la mia fetta di pane, dura come il risveglio, soffio via tarme e formiche e la intingo nel latte. Per ammorbidirla. Ma non rido. Non c'è proprio un cazzo da ridere.
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